GRAVIDANZA INFERTILITA' E PMA VITA DA MAMMA

Infertilità e PMA (#3) – Il Criotransfer

6 Agosto 2019
Gravidanza PMA

Qualche giorno fa, complice una notizia bellissima, ho ripreso in mano la cartellina della gravidanza di Nicolò. Avevo bisogno di ricordare alcuni dettagli del criotransfer e il risultato delle prime beta e così mi sono accorta che tra le pagine di questo blog manca una parte molto importante delle nostre vite, ovvero l’inizio di quella strada che abbiamo percorso per arrivare a nostro figlio.
Quando abbiamo preso la decisione di tentare con il transfer di uno degli embrioni crioconservati non ne abbiamo parlato con nessuno, ancora una volta non avevano nessuna certezza ma tante speranze. Solo qualche giorno prima del transfer mi sono confidata con un’amica (ai tempi anche collega) e con la mia sorella gemella diversa Betty.
Non so quando esattamente ci siamo sentiti pronti ad affrontare nuovamente questo percorso dopo il nostro lutto, ma so che era una cosa che volevamo fortemente entrambi, perché anche lui lo voleva, esattamente come me.
Avendo ancora 4 embrioni crioconservati non ho avuto bisogno di fare tutta la stimolazione ormonale, e questa era già una grande notizia. Il piano terapeutico, quindi, prevedeva solamente la soppressione con l’assunzione del Decapeptyl e del Progynova. Inoltre ho dovuto assumere il Deltacortene, la Cardiaspirina e il progesterone (farmaci che ho continuato a prendere per tutta la gravidanza).
Ricordo che avevamo in programma di iniziare a febbraio, ma poi una brutta influenza aveva fatto slittare il tentativo a marzo. Inutile dirvi che per un momento pensavo fosse un segno del destino e volevo rinunciare, ma per fortuna non mi sono fatta condizionare.
Ho iniziato la soppressione il 5 marzo. Ero abbastanza serena, anche se sapevo che trasferendo un solo embrione le possibilità erano pochissime.
Il giorno del transfer (22 marzo 2016) eravamo emozionantissimi, proprio come la volta precedente. Ci hanno fatto vedere l’embrione al microscopio e ho notato subito la sua strana forma. Non era rotondo come gli altri, ma sembrava un otto.

Embrione

Ho chiesto al dottore il perché e lui mi ha spiegato che stava sgusciando fuori, pronto a nutrirsi di me. Essendo un embrione in quinta giornata sapevo che per continuare a vivere si sarebbe dovuto impiantare nel giro di poche ore.
E io quella notte ho sentito qualcosa di strano, sono andata in bagno e ho trovato delle macchie sulla carta igienica. Quando sono tornata a letto, rivolta a mio marito gli ho detto che non ero sicura che “lui” sarebbe rimasto con noi, ma che comunque ci aveva provato. Lui mi ha abbracciata forte e per un momento ci siamo sentiti veramente in tre.
Il giorno dopo sarei dovuta rimanere a casa da lavoro, ma io ho preferito non rispettare la raccomandazione di riposo assoluto e quindi sono andata in ufficio. Avevo bisogno di non pensare e sapevo che restare non mi avrebbe aiutato in questo.
Il 28 marzo (lunedì dell’Angelo) eravamo in Valle D’Aosta a trascorrere la Pasquetta con la mia famiglia. Quel giorno ho iniziato ad avere delle perdite e convinta che il mio piccolo non era più con noi, sono andata in bicicletta. Il 30 marzo le perdite non erano ancora passate (mi realtà ne avevo pochissime) e anche se ero solamente all’8 PT sono andata a fare le beta, così almeno potevo interrompere la terapia.
Quel mattino mi sono svegliata presto e mi sono recata in clinica senza impegnativa. Ho chiesto l’urgenza e mi hanno consegnato l’esito solo poche ore dopo. Ho aperto la busta senza nessuna aspettativa, ero ancora nell’androne del laboratorio quando ho letto quel numero: 135,20. Non riuscivo a crederci. Tremando ho cercato di chiamare mio marito. Il cuore a mille e la testa in confusione. Mi sono seduta in macchina e sono rimasta a guardare il referto, poi ho iniziato a piangere. Ero incinta ma avevo le perdite, mi sembrava l’inizio di un nuovo incubo, ma quel numero era sufficiente a farmi continuare a sognare.
Non ricordo molto delle ore seguenti, ricordo però che sono rientrata in ufficio e la mia amica (e collega) ha cercato di rassicurarmi. Lei era convinta che sarebbe andato tutto bene.
Ho ripetuto le beta ancora due volte, 457,16 il primo aprile e 2547,63 il quattro aprile. Potevo stare tranquilla, o almeno era quello che continuavo a ripetermi.
Dopo una bruttissima esperienza al pronto soccorso, il 12 aprile ho fatto la prima ecografia al centro di riproduzione assistita. La tranquillità ormai mi aveva completamente abbandonata. Mi è bastato guardare il monitor per capire che c’era solamente una camera vuota. Siamo tornati a casa pieni di sconforto.

Gravidanza
Sapevo che era presto per vedersi qualcosa ma alla stessa epoca, nella precedente gravidanza, il sacco gestazionale di entrambi i gemelli si vedeva già. Ecco perché il giorno dopo abbiamo deciso di andare dalla mia ginecologa storica per farne un’altra ecografia. Ho pensato che con il suo ecografo di ultima generazione si sarebbe visto qualcosa in più, o almeno era quello che speravo con tutte le mie forze. E infatti non mi sbagliavo. Non solo la struttura embrionale era ben visibile ma era presente anche l’attività cardiaca. Quando ho visto pulsare quel piccolo cuoricino sul monitor, con gli occhi pieni di lacrime ho cercato lo sguardo dell’uomo che amavo e vi ho letto la stessa indescrivibile emozione che stavo provando io in quel momento. Non so il perché ma avevo una consapevolezza completamente diversa. Nel mio ventre, dopo quel vuoto incolmabile, c’era ancora una volta LA VITA e io avrei fatto di tutto per proteggerla e metterla al mondo.

Ecografia
Con i piedi ben piantati a terra, abbiamo affrontato i giorni a venire e poi le settimane. Solo dopo la dodicesima settimana siamo riusciti a dare l’annuncio alle nostre famiglie d’origine e a qualche amico intimo. Ma la paura non ci ha mai abbandonati completamente.
A quattordici settimane sono stata sottoposta a un cerchiaggio cervicale e poiché la mia era una gravidanza a rischio sono stata a riposo per tutta la gestazione. Uscivo di casa solo per le visite. Non è stato facile ma lo rifarei altre mille volte, perché non arrendersi è stato l’unico modo per arrivare a accarezzare il sogno con mano, l’unica via per arrivare a mio figlio. La PMA mi ha trasformata, mi ha fatto toccare il fondo, però mi ha resa anche più forte, mi ha fatto crescere e diventare la versione migliore di me stessa, e io amo la persona che sono oggi. Quindi il consiglio che mi sento di darvi è di non avere paura di continuare a cercare il vostro raggio di sole, qualunque esso sia.

Gravidanza

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Miky

Miky, 39 anni, un cuore sardo che batte in Piemonte. Moglie e mamma. Qui tra le pagine del mio blog, condivido passioni e ricordi, istanti di vita e piccoli dettagli di una giornata qualunque. Perché voglio ricordarmi ogni giorno quanto sia straordinario poter vivere un'ordinaria quotidianità!

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